Ed io credevo che la cioccolata non facesse ingrassare.
L’ho creduto per la sana e inspiegabile voglia di non trovare del dolore in qualcosa che mi facesse stare bene. Che è il principio degli amori malsani, egoisti, unilaterali.
Ci si preserva dallo squallore e si canta di note che non esistono.
Ma io sono fatta invertita. Ci credo un sacco, perché ad aprire gli occhi farei un favore a me stessa e un dispiacere allo spirito che mi vuole così. Ingenua a tratti. Sognatrice a linee rette.

Si fa fatica ad avere grandi convinzioni perché si sa che ad un certo punto qualcuno te le smonterà e tu rimarrai lì, a pensare a quanta energia buttata nel rincorrere un aquilone che ha preso il vento giusto.
E così un venerdì sera mi è arrivata la millesima rivelazione di quest’anno, dopo la consapevolezza che, appunto, la cioccolata mi faccia lievitare i fianchi, larghezza comodino, per capirci.
Dopo la teoria confermata che se dai una seconda possibilità ad un uomo, gli dai anche la terza, la quarta e la quinta. E se ti sta bene bene, altrimenti avresti dovuto pensarci prima.
E insomma. Un uomo appena arrivato nella mia vita, conosciuto da mesi ma fondamentalmente appena conosciuto, mi ha fatto sapere durante un’adorabile disquisizione sui massimi sistemi del mondo, che i maschi sono diventati selettivi. Non me l’ha detta proprio così. Così piace vederla a me.
In realtà le parole esatte sono state: “Una donna il pene se lo deve meritare”.
Si tratta di un pensiero che farebbe pensare Si ok, grazie al cazzo. E invece, Grazie al cazzo per niente.
Chissà dove finiranno tutte le teorie che c’eravamo fatte nella nostra testa, chissà se si ritroveranno al bar, le mie sono in una gelatieri di Padova, a continuare a pensare che lo zucchero sia salutare e che il burro valga come l’insalatina verde.
E non si può dire che ci sia rimasta male, perché male rimango quando penso di trovare Grey’s Anatomy in tv ed invece il palinsesto mi obbliga a guardare la settantaseiesima replica di Non sapevo di essere incinta.
Male come quei pensieri che si incastrano tra le pieghe del cervello e non se ne vanno, perché maledetti, insinuano il dubbio che qualcosa lo abbiamo proprio sbagliato. Che sarebbe bastato un attimo per agire diversamente, se solo lo avessimo saputo prima.

Perché mi sono fatta abbracciare da mani che credevo essere superficiali e magari superficiali non lo erano.
Perché non ho richiamato quando pensavo di essere solo una tacca su una cintura. Forse invece ero pensiero da approfondire.
Perché non ho ricambiato baci ingordi di uomini meravigliosi, giustificando a me stessa che tanto ne avrebbero trovata subita un’altra. Più semplice. Più facile. Meno me.
Perché ho cacciato da letti consumati, credendo di non essere abbastanza importante per una colazione. Solo per una notte. E all’alba, con un pensiero così, è giusto che si cacci.
E magari ho incrociato occhi interessati e dita dolci, ma chi le riconosce se la testa ha mille preconcetti, mille amiche che ti dicono Se non sei tu è quell’altra, quando le canzoni d’amore non sono mai così d’amore?

Poi sì certo. Pensavamo fosse amore ed invece era uno psicopatico. Ma quanti psicopatici può contenere il mondo? Se ognuna di noi ne ha provati a vagonate, ci mancano tutti gli altri. Quelli che selezionano, che vengono con noi perché siamo noi. Che ci offrono da bere per il gusto della nostra compagnia.

Ecco. Tutto questo per dire che i (quasi) trent’anni hanno il potere di mettere un bel po’ di cose in discussione. Di guardarsi indietro e ridere di tutte quelle strutture che abbiamo adottato e che sarebbe il caso di comprar loro un biglietto solo andata per Fanculonia.
E se abbiamo un uomo accanto con dell’alcol, a spiegarci che non tutti sono Pirati, ma alcuni signori, è incredibilmente più facile.

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