Venerdì mi ha chiamata Robert. Ero in macchina, con la sigaretta accesa.
Robert è il mio amico dell’Università.
Quello che se fossimo stati più belli, più intelligenti, più disinibiti, meno noi, piùpermenomeno, saremmo finiti insieme.
E invece no. Siamo diventati amici.
Robert è uno dei pochi casi di maschio eterosessuale con cui io sia riuscita a scambiare molte parole colte, raffinate e un po’ maiale, senza innamorarmene perdutamente.
Abbiamo giocato, riso, litigato come con nessun altro, i peggiori insulti e i migliori abbracci.

Robert, per tutti Robert, per pochi Roberto, per alcuni Bob, per me Socio, mi ha detto che si sposerà.
Grazie al cazzo, gli ho risposto io, Stai con la stessa donna da 10 anni. 
Sei la solita cretina, ha replicato lui.

Quando gli amici si sposano è un po’ come se il tempo si fermasse.
Ricompaiono nella memoria quei dettagli di quando poco più che ventenni, andavamo a bere in quel posto brutto, che a noi piaceva tanto, a scambiarci vita, opinioni pesantissime basate su un’esperienza fragile e poca, come solo l’esperienza di due universitari poteva essere. Memorie che danzano al ritmo dei Ti ricordi quella volta che, Eccerto che me la ricordo, quella volta, una delle tante in cui i nostri cervelli si sono fusi e hanno ideato qualche gigantesca cazzata, che poi a pensarci bene, una cazzata proprio non era.

Me li ricordo i pomeriggi in aula studio, ad interrogarci su qualche nozione di economia persa nei meandri della mente, insieme a tutte le cose inutili che siamo stati costretti a studiare negli anni, che poi, a pensarci bene, di studiare proprio non se ne parlava. Si chiacchierava, in aula studio, e si progettavano i week-end, e i pomeriggi, Dai vieni che fuori c’è il sole, che mi diventi triste in questo posto buio.

Me le ricordo le grandi teorie sul mondo, e i contrasti, e le urla
Non dirmi quello che devo fare,
Sì che te lo dico, che se non te lo dico poi ti perdi.
E quanto avrei voluto perdermi davvero. Ma c’eri tu. A tenermi un po’ per mano e un po’ per il colletto della giacca. Non fare tardi che domani c’è lezione, e non scopare a caso che poi nessuno ti vuole, e non copiare all’esame che resti una somara. E tutti quei NON, cheppalle i NON, a vent’anni i NON non ci dovrebbero essere mai.

Così diversi, io e te.

Tu solido, razionale, concreto.

Io ingorda, instintiva, lunatica.

Un po’ papà, mi eri.

Un po’ amico del cuore.

Un po’ padrone che controllava che il cane non si allontanasse.

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Ti sei preso cura di me. E anche a te ho dedicato la mia tesi. Quella che è stata completata dopo anni di fuoricorso, perché tu eri andato avanti ed io ero rimasta indietro, riuscendo, finalmente, a perdermi da sola.

Ma alla fine ce l’ho fatta. Merito anche tuo, s’intende.

E insomma ti sposi. 

Come dicevo, c’è quell’attimo di senso di smarrimento quando un amico si sposa.
Non per la cosa in sè. Insomma, convivi da anni, la tua ragazza è adorabile, ogni volta che vengo a casa vostra, mi sento un po’ a casa mia, mentre chiacchiero con lei e tu mi cucini i cibi ipercalorici della tua terra.
Non è l’atto in sè a segnare smarrimento.
È il fatto che il tuo mondo, proprio il tuo mondo, sia diventando GRANDE.
Grande che fa cose da grandi.

E non me n’ero resa conto che il mio amico fosse diventato grande, fino al momento in cui non mi ha chiamata, un venerdì sera, mentre ero in macchina con la sigaretta accesa per dirmi: Vedi di dimagrire che a settembre mi sposo. 

Vaffanculo, Socio.

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